Racconti

29467123-cartoon-illustrazione-di-un-cactus-con-una-felice-espressioneMI CHIAMO CACTUS

Mi chiamo Cactus e sono cresciuto sul ciglio di questa strada provinciale, nascosto tra due felci, un pino mediterraneo e tanti rami pungenti segnati dal tempo e dalle intemperie. Come sono arrivato qua?

Beh, caddi da un camion diretto al vivaio. Proprio quello, il vivaio che si trova dopo la curva. Sono l’unico sopravvissuto a quell’incidente, è passato molto tempo. Ebbi la fortuna di cadere in mezzo alla terra,  quel mattino era spumosa ed accogliente. Il resto delle piante si sparpagliarono per strada, inservibili. Le piante integre furono razziate da solerti automobilisti. Ero una piantina appena nata e faticai a crescere e a mettere radici accanto alle felci ed al pino mediterraneo, loro si che erano di casa.  Immaginavo, candidamente di essere arrivato dove mi trovo ora, trasportato da un vento umido e profumato di incenso. Sapevo che non era stato il deserto la mia casa, ma una tenda di plastica dove mani sapienti mi avevano dato la vita, quelle stesse mani alla fine avevano inserito nel vaso una etichetta di carta con la dicitura : pianta succulenta!

Sono abituato al rumore ed all’odore di gasolio, allo stridere delle ruote delle auto che frenano improvvisamente. Conosco ogni buca, ogni asperità del manto stradale fino alla curva, dove tante volte ho sognato di vedere il vivaio dove non sono mai arrivato. La mia visuale non va oltre, non so’ cosa ci sia dietro la curva. Le radici le ho qua, su questo ciglio anonimo, dimenticato da Dio e dagli uomini, accanto alle felci ed al pino mediterraneo che mi proteggono dalla pioggia, dal gelo e dal sole cocente estivo. Passano i minuti e le ore. Il tempo non scorre mai abbastanza veloce. Conto circa 1500 auto al giorno che passano accanto a me. Nessun uomo o altro essere vivente a parte Burro, il cane del vivaio, ha notato la mia presenza. Eppure un cactus si fa notare per le sue spine, per le sue forme che non rispettano mai la geometria,  quel suo voler crescere in maniera asimmetrica e pungente, quasi a voler sottolineare la sua natura diversa rispetto alle altre piante.

Un bel giorno si ferma una squadra di operai e installa una palina gialla della fermata dell’autobus. Leggo il numero 899. Questo è l’autobus che porta le persone in città. Chi capiterà mai da queste parti?

Non faccio in tempo a pensare che ecco migliaia di persone ferme alla palina. Vicino al vivaio hanno aperto un parco acquatico. E’ estate, e l’autobus 899 ogni giorno accoglie le persone che salgono e scendono per recarsi al parco. Chiedo al pino di spostare uno dei suoi rami e mi inondo di sole, incurante del calore. Le urla sguaiate delle persone che escono dal parco è insopportabile, ma per fortuna l’ultimo autobus è alle 21.00. Il sole brucia, qualcuno cerca un angolo di ombra, qualcun altro sfida la vita improvvisando una danza in mezzo alla strada.

Di me non si è mai accorto nessuno, nessuna delle persone che hanno transitato per questa minuscola e sperduta fermata. Burro ogni tanto viene ad annusarmi, qualche volta abbaia. Credo voglia comunicare con me, ma non ci capiamo. Ah, che strana la vita. Eppure vorrei  sapere da Burro tante cose! A volte penso sia un cane un po’ stupido, pensa a pisciare e mangiare. E’ ben tenuto dai suoi padroni, libero di andare e venire. Non ha guinzagli o gabbie in cui dormire. E’ un cane proprio fortunato! Mi piove addosso un liquido caldo giallognolo dall’odore pungente. Ah sì – è lui, Burro – il cretino superficialotto che ha deciso di fare pipì su di me, poco incline alla tenerezza, decisamente pratico.

Ogni giorno è uguale all’altro, da anni è così. Ogni giorno cerco di sforzarmi di pensare che un giorno riuscirò a vedere cosa si nasconde dietro la curva. Sospiro con molte aspettative. Un cactus come me, nato in un laboratorio e vivo per miracolo deve ringraziare la sorte di aver messo radici e crescere forte. Potevo essere diventato concime, e invece eccomi qua, tra le felci e il pino mediterraneo ad osservare la vita di altri esseri viventi.

Dalla quella curva spuntano autoveicoli di ogni forma , grandezza e colore. E poi arriva ogni mezz’ora l’autobus che fa scendere e salire i passeggeri.

Ho visto morire tanti esseri umani  prima di quella curva maledetta. Tanta gente che la sera prima aveva alzato il gomito o aveva semplicemente perso il controllo della sua auto.

Stasera l’ultima corsa d’autobus è prevista alle 21.00. Domani inizierà l’orario invernale e dimezzeranno le corse. L’unico passeggero oggi è un tizio dalla faccia inespressiva, che non mostra alcun interesse per le auto che passano, ma è intento a giocare con il suo cellulare. Improvvisamente uno schianto terribile arriva dopo la curva. Non riesco a capire bene cosa sia accaduto. Segue un improvviso silenzio, rotto dal rumoreggiare delle persone che si sono fermate con le loro auto. L’urlo ripetuto delle sirene, della Polizia e dell’ambulanza. Il ragazzo fermo alla palina con scatto fulmineo attraversa la strada e corre verso il luogo dell’incidente. Lo vedo ritornare verso la palina dopo 5 minuti. L’espressione del viso non è cambiata, indifferente all’accaduto continua a giocare con il suo cellulare. Accanto a lui un giovane ragazzo con uno zaino rosso, ha l’aria smarrita. Raggiungono entrambi la palina della fermata – arriva l’autobus – il ragazzo del cellulare guadagna velocemente la salita mentre con mio grande stupore il ragazzo con lo zaino rosso rimane a terra.

Cerco di farmi notare e di gridare: “ehi, questo è l’ultimo autobus. Se perdi questo dovrai passare la notte qua o andare in città a piedi”. E’ tutto inutile, non mi ascolterà. Per lui non esisto.

Non finisco la frase che il ragazzo con lo zaino rosso abbassa lo sguardo e mi sorride. Nessun essere umano in tanti anni mi aveva notato. Forse perché ero nascosto tra le felci ed il pino mediterraneo. Eppure sono un cactus, maledizione, sono diverso dagli altri!

L’ambulanza ha portato via chi è rimasto a terra,  alcune squadre di operai ripuliscono la strada dai detriti, odore di olio bruciato miscelato al sangue di essere umano.

L’ombra della sera è giunta ed il ragazzo con lo zaino rosso, si siede accanto a me. Mi narra la sua storia: “Non aver timore, ti posso vedere perché nella mia vita non riuscivo a vedere” ” Spesso siamo ciechi,  distratti e superficiali, va tutto così velocemente, non ci rendiamo conto di chi ci è accanto; la natura, gli esseri viventi. Indifferenti ed indaffarati,  concentrati a sfamare il nostro ego, viviamo una vita che non ci appartiene in realtà, siamo noi a costruircela per compiacere una società sempre più disumana e poco attenta ai dettagli  ed alla sfumature della vita. Crediamo di essere felici, lavoriamo tanto e poi la sera ci stordiamo con l’alcool in cerca di un appagamento.  Sono io la persona portata via dall’ambulanza. Credevo di essere onnipotente ed invincibile. Non ho pensato, ho bevuto 4 drink uno dietro l’altro. 3 ore fa ridevo con gli amici, mi sentivo invincibile. E’ tutto finito ora, sono immerso nel silenzio e riesco a vedere quello che prima non notavo. 

Il ragazzo dallo zaino rosso tira fuori un coltellino e comincia a scavare. Ha il viso rilassato e sorridente e mi invita a non preoccuparmi:  so cosa ti serve Cactus!  Continua a scavare con attenzione,  evitando di estirparmi dal terreno con violenza, dividendo con delicatezza le radici aggrovigliate,  che per tanto tempo mi hanno ancorato al terreno. Toglie con cura la terra e in un istante sono fuori, tra le sue mani. Sono emozionato, inconsapevole di quello che mi sta accadendo. Qualche lacrima scende sono in preda alla forte emozione. Eppure sono arrabbiato, mi rivolgo al ragazzo con un leggero rimprovero: “c‘era bisogno di morire ubriaco per capire il senso della vita? Guarda me, la natura non ha avuto rispetto, è stato il caso a farmi sopravvivere, sono riuscito ad adattarmi ad un terreno diverso da dove ero destinato. Ho osservato ed atteso per tanti anni. Forse è lo spirito di adattamento che ci fa sopravvivere o vivere meglio, chi lo sa. Inseguire l’impossibile può essere fatale!” 

Sorride divertito il ragazzo: “Cactus, forse hai ragione tu. La mia morte ha causato la fine della mia vita, ma ha liberato te da quel terreno che ti è sempre stato estraneo. Dai, dietro la curva ti aspetta una nuova vita!”

Dietro di me, il pino, la felce e la palina gialla si allontanano. Improvvisamente l’insegna “Vivaio AUSONI” – Burro dorme beatamente nella sua cuccia, proprio dietro il cancello. Sono incredulo, finalmente sono fuori da quello che era stato per tanti anni un terreno a me estraneo. Cerco di soffocare l’emozione, non so bene cosa aspettarmi.

Mi guardo intorno nervosamente, cerco di scrutare nel buio, bagliori e luci lontane mi vengono incontro. Entriamo e si apre di fronte a noi un paesaggio colorato, pieno di luci e fitta vegetazione esotica ed autoctona. Il mio desiderio ormai è compiuto. Vedere, sapere cosa ci fosse oltre la curva era stato il sogno della mia intera esistenza.

Il ragazzo scava una buca accanto ad uno strano albero dal fusto lungo, si chiama Palma  ed è in questo luogo da anni: “benvenuto Cactus, ti aspettavamo, il ragazzo ci ha parlato del tuo arrivo” “ah si? Bene, mi piace questo posto è tutto così diverso da dove vivevo prima, insomma mi aspetta una nuova vita.”

Il ragazzo finisce di sistemare la terra: ” è arrivato il momento di salutarci. Sto andando verso qualcosa che non conosco, ma ora sono felice. Mi dispiace solo aver esagerato con il bere. Ho causato non solo del male a me stesso, ma a tutte le persone che stanno piangendo sul mio corpo inanimato. Tu Cactus hai vissuto con la speranza di trovare qualcosa dietro la curva, vivevi in un terreno estraneo, ma avevi la speranza che il tuo sogno un giorno si realizzasse; io quella curva l’avevo superata tante volte, avevo tutto, potevo essere veramente felice,  potevo essere qualunque cosa, ma non ho saputo apprezzare le cose che avevo. Se solo avessi ragionato di più,  avessi avuto il coraggio di spogliarmi del mio ego, forse chi lo sa… E’ andata così, che ci vuoi fare?”

Aspettaaaa…..

Cosa c’è?

Ti volevo dire grazie, sei riuscito alla fine della tua esistenza a capire chi sei, questo ti aiuterà a stare in pace. A volte gli esseri umani sono così categorici o severi con loro stessi. Non vi amate abbastanza, non avete pietà della vostra condizione. Provate compassione di fronte la staticità di una pianta, eppure non vi soffermate mai ad avere compassione della vostra anima, i pensieri inquinati che vengono sedati con l’alcool, le ore passate a lavorare indefessi, con crudeltà, cercando di ferire il prossimo. Siete gli esseri più imperfetti ed infelici del mondo. Gli animali e le piante accettano con naturalezza la loro vita, le malattie e la morte, voi esseri umani, pretendete di fermare il tempo, di mutare tutto quello che è naturale, per questo motivo siete infelici e molti di voi scaricano le frustrazioni esagerando con l’alcool.  Gli esseri umani stanno regredendo, non riescono a provare compassione verso loro stessi, non riescono a capire che sono ostaggio delle cose effimere che altri hanno deciso per loro. Basta poco per essere felici, cambiare terreno.

Il ragazzo lo saluta con le lacrime agli occhi: “Addio Cactus, una piantina dagli aghi pungenti così saggia avrei dovuto notarla prima, è un vero peccato.” “Addio ragazzo, è troppo tardi ma questa tua storia chissà potrà salvarne altri.”

 

Nota dell’autrice di questa storiella

Questa storia la scrissi tanti anni fa, poi l’ho modificata più volte. Non riuscivo a trovare un finale che mi piacesse. Nel 2012 ebbi un  incidente con mio marito. Eravamo fermi ad un semaforo,  ci venne addosso un ragazzo in forte stato di ebbrezza . Non dimenticherò mai quella serata, fu terribile, rischiammo veramente la vita per colpa di uno cretino ubriaco.

Questo racconto lo avevo scritto proprio per sensibilizzare le persone a non mettersi al volante in stato di ebbrezza. Nel caso del racconto è il ragazzo che muore, ma quante persone sono morte per colpa di un MALDETTO UBRIACO? Spero sempre più persone si responsabilizzino nel bere, prima di mettersi al volante siate responsabili verso gli altri e voi stessi!

 

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